Tutti i numeri della 40

Nel corso dell’udienza pubblica di ieri, nella quale la Consulta era chiamata a valutare la legittimità costituzionale di alcuni aspetti della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, i suoi difensori hanno chiesto di acquisire agli atti l’ultima Relazione al Parlamento sullo stato d’attuazione della legge, resa nota venerdì scorso e basata sui dati raccolti in un apposito Registro dall’Istituto superiore di sanità.
1 APR 09
Ultimo aggiornamento: 21:24 | 23 AGO 20
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Nel corso dell’udienza pubblica di ieri, nella quale la Consulta era chiamata a valutare la legittimità costituzionale di alcuni aspetti della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, i suoi difensori hanno chiesto di acquisire agli atti l’ultima Relazione al Parlamento sullo stato d’attuazione della legge, resa nota venerdì scorso e basata sui dati raccolti in un apposito Registro dall’Istituto superiore di sanità. La conoscenza di quei dati dovrebbe essere scontata, visto che chi vuole demolire la legge 40 ne denuncia pericolosità e inefficacia. Così scontata, invece, la cosa non è. Scontatissimo, semmai, è l’interesse a nascondere o a minimizzare quei dati da parte dei nemici della legge.
La Relazione racconta infatti, in forma di numeri, quello che il cento per cento dei centri italiani ha ottenuto in termini di bambini nati (passati dai 4.940 del 2005 ai 7.507 del 2006, per arrivare ai 9.137 del 2007), di crescita delle coppie che accedono ai servizi (dalle 43.024 nel 2005 alle 55.437 nel 2007) e anche in termini di crollo della sindrome da iperstimolazione ovarica. Che, guarda caso, grazie alla legge 40 in Italia colpisce lo 0,53 per cento delle donne, contro l’1,02 del dato europeo. A uscire azzoppati dalla Relazione sono almeno due cavalli di battaglia contro la legge: quello che la accusa di compromettere la salute delle donne e quello che fa leva sullo spauracchio del turismo procreativo. Il limite di tre embrioni da produrre per ciclo è anche quello che evita le massicce stimolazioni ormonali. Sono invece le pratiche che tendono a produrre molti ovociti per ottenere molti embrioni da congelare, in attesa di eventuali impianti (o della distruzione, se non servissero più), a mettere a repentaglio la salute delle donne, e i dati sugli effetti collaterali, dimezzati in Italia rispetto all’Europa, lo confermano. Quanto al turismo procreativo, l’efficienza e i risultati dei centri italiani non lo giustificano. Certo, c’è chi va all’estero in cerca di un’eterologa o di un utero in affitto o di ovociti da comprare, e si spera che per queste pratiche qui non ci sia mai spazio. Rimane la diagnosi preimpianto, vietata perché di evidente natura eugenetica: si sentirà, la Consulta, di avallarla?